venerdì 24 gennaio 2014

Ko Un: la voce del vento




L'animo di un poeta

Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.
Le parole d'un poeta s'insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.
L'animo d'un poeta rivela il solitario grido di verità
che emana dagli spazi fra mali e bugie del suo tempo,
è un animo picchiato a morte da tutti gli altri.
L'animo d'un poeta è condannato, non v'è dubbio.





Ko Un 고은 è un poeta coreano, scrittore e attivista nato a Gunsan-si, Jeollabuk-do, nel 1933 durante l’occupazione giapponese. Le sue origini sono modeste, ma con una figura in famiglia, quella del nonno, forte oppositore verso il governo nipponico, che nonostante fosse alcolista non ha mai perso il suo temperamento e ha insegnato al nipote il significato della resistenza. Inizia a scrivere versi dopo aver letto le opere di Han Ha-Un, un poeta nomade affetto da lebbra. Dopo aver assistito alla devastazione della guerra coreana, e tentato il suicidio, nel 1952 entra in un monastero e diventa un monaco buddhista, fede che lo spinge a fondare  il giornale  Buddhist Newspaper, di cui diventa direttore. Lascia questa comunità nel 1962, deluso dalla corruzione presente nel clero religioso. Gli anni 60 del XX° secolo, per Ko Un, sono particolarmente difficili, si trova catapultato in una profonda depressione che lo spinge a tentare nuovamente il suicidio, non riesce a sopportare neanche il confronto interiore con l’autore Michail Sholokhov (scrittore russo), a causa dell’opera “Il placido Don” , che lo spinge a bruciare i suoi manoscritti.






La sua condizione nichilista (ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori), termina negli anni 70, quando inizia a lottare per i diritti umani e a sostenere le ribellioni dei lavoratori, opponendosi fortemente al tentativo di Park Chung Hee (sanguinario dittatore e padre dell’attuale presidentessa Park Geun-hye) di emendare la costituzione e salire al potere. Il suo impegno dura fino agli inizi degli anni  80, questa vita da ribelle lo ha portato ad atroci sofferenze, come l’arresto, la prigionia e la tortura. La sua esistenza viene allietata da un incontro speciale, quello con la docente universitaria di letteratura Lee Sang-Wha, che darà alla luce, dopo il matrimonio, sua figlia Cha-Ryong.

Dopo che, nel 1990, gli viene concesso il passaporto, visita diversi territori: Corea del Nord, India, Tibet, e Stati Uniti. Nel 2000 condivide la sua poesia al Korean unification summit in Pyongyang e partecipa al United Nations Millennium Peace Summit. In un’intervista del 2012 per the Guardian (quotidiano britannico), parla di quanto l’essere sopravvissuto alla guerra coreana l’abbia segnato dentro, esperienza che riporta anche nelle sue opere. La morte per Ko Un ha un grande significato, nelle sue risposte per l’intervista si elegge come portavoce dei suoi connazionali morti nella guerra, perché hanno il diritto di rivivere nei versi della sua poesia. Sostenitore del pensiero del filosofo francese Jacques Derrida, che affermava che i morti devono essere sempre presenti nei nostri ricordi, non si devono abbandonare mai.


Il poeta americano Robert L. Hass, durante la manifestazione per il premio canadese alla poesia, denominato Griffin Poetry Award, ha definito Un come uno dei pochi eroi che ha lottato per la libertà umana, vivendo gli accadimenti terribili della storia moderna. Ko Un ha vinto numerosi premi ed ha insegnato in prestigiose università, in aggiunta a due candidature al premio Nobel. Un suo importante impegno culturale è stato quello di compilazione di un dizionario pan-coreano per la corea del nord. 




Il tempo delle mie parole


Non è molto facile scrivere le sensazioni che ti suscita apprendere della storia personale di un artista che si è conosciuto da poco, forse questo azzardo ha la stessa intensa passione di una poesia scritta su un tovagliolo, mentre assapori una tazza di tè e ti colpisce il riflesso di un raggio di sole sulla vetrina della caffetteria, un’emozione che devi tradurre in versi. Ho sempre amato i personaggi carismatici, sia i guerrieri della spada che della penna, inclusi gli eterni innamorati del silenzio. Il poeta Ko Un mi ha colpita perché ha vissuto i momenti più difficili della storia del suo Paese, la Corea del sud,  dall’occupazione giapponese alla guerra fratricida tra nord e sud Corea. L’amore per la poesia lo ha accompagnato durante il suo travagliato percorso, purtroppo la strada non è sempre in discesa, le difficoltà lo hanno portato a tentare il suicidio, per poi ritrovare la speranza e decidere di rialzarsi e lottare. La sua vita è stata una produzione continua di versi, come ho letto in alcune sue dichiarazioni, contenute in un saggio critico, Ko Un immagina di continuare a scrivere anche nella sua bara, e che chi aprirà la cassa per raccogliere i suoi resti, vi troverà altre sue poesie “scritte nel buio di quella cassa”. Lo stesso uomo che da piccolo immaginava di poter mangiare le stelle.
 

Alcuni articoli che ho avuto la fortuna di leggere mi hanno aperto gli occhi su un aspetto della poesia di Ko un molto profondo, il fatto di vedere una sorta di responsabilità che pesa sull’esistenza di un poeta. Chi scrive ha un’anima diversa da quella della gente comune, uno spirito che per questo può essere anche maltrattato, ma non si sfugge alla responsabilità, bisogna accettare il fatto di essere portavoce dei significati profondi dell’esistenza umana, tra i quali anche il ricordo dei morti.


Un poeta e il mio Paese




Ko Un è stato in Italia nel giugno del 2013 per prendere parte al Festival Letterature di Massenzio, questo evento ha prodotto nei confronti del poeta un entusiasmo rigenerato, poiché già esisteva, infatti, la maggior parte del materiale che ho consultato per informarmi su di lui, tra interviste, blog e video, coincide proprio con quel periodo. Una delle interviste più belle che ho letto è stata quella pubblicata dal quotidiano online “La Repubblica”, l’articolo è stato scritto da Antonio Gnoli. La bellezza del lavoro sta nell’ampio spazio concesso alla “voce” di Ko Un, come se l’intervistatore si fosse annullato, il poeta racconta il dolore della sua infanzia, del vivere sotto il giogo di una potenza straniera. Un episodio particolarmente triste è stato la punizione inflittagli  quando era un bimbo ed alla domanda su cosa volesse fare da adulto rispose “l’imperatore del Giappone”. Costretto a parlare una lingua che non gli apparteneva, la sera, a casa, riporta il giornalista, venerava nel cuore i suoi antenati. Il culto degli antenati è importante nella cultura coreana, ne ho parlato nel mio articolo sul capodanno lunare in Corea del sud, che si chiama Seollal. Poi un crescendo di dolore dovuto alle atrocità della guerra, molti scrittori hanno lasciato in eredità le loro parole dalle quali si comprende come la barbarie della guerra riduca l’uomo ad una bestialità primitiva, Ko Un ha visto i suoi fratelli uccidersi, nessuno poteva permettersi, in quel periodo, il lusso dei sentimenti se non voleva morire. Il monaco buddhista del quale divenne seguace era un giudice che decise di cambiare vita a causa dell’orrore  provato dopo essere stato costretto a condannare a morte un uomo, un ripudio per una legge che  non rispetta la vita umana.

Un poeta, Ko Un, silenzioso osservatore della natura, che scrive spesso della voce del vento o di come preferirebbe essere orso e non cane, perché l’orso dorme durante il freddo inverno e il cane deve subire la neve. Il vento riporta dal mare le anime dei pescatori morti, e fa cantare e danzare la natura. Tutte queste meravigliose e malinconiche immagini sono racchiuse nei versi di un “cantore viandante”. 


Ko un ha scelto la sua strada dopo una lunga meditazione, intraprendendo la via della poesia come una nuova rinascita dal grembo materno, diventando con il tempo Kobong, la vetta della montagna scalata in tutta una vita.


Manibo (diecimila vite)




Nella nostra vita ci capita di incontrare molte persone, alcune importanti e altre meno, non siamo disponibili a ricordarle per egoismo o per pigrizia. Ko un ha scritto un'opera intitolata Manibo (diecimila vite), una compilazione poetico-storiografica in 30 volumi che tra le sue pagine ricorda le persone che lo hanno sostenuto nei momenti difficili come quello della prigionia. La penna del poeta inizia a renderle immortali nella piccola cella dove visse per aver lottato per la libertà, talmente minuscola che vi entrava un unico raggio di sole ...


cr: Saggio critico su Ko Un (Federico Tombari),
    Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea Ca’ Foscari
    

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