mercoledì 5 marzo 2014

South Korea: le donne nella storia

 



Nella storia coreana esistono diversi periodi che hanno regalato gloria alle donne, che nei momenti di crisi hanno salvato la Nazione, per poi essere confinate nella stanza del silenzio …



Corona del periodo Silla





Il regno di Silla (57 a.C – 935 d.C) garantiva considerevoli diritti alle donne. Il genere femminile, in quel periodo, non era considerato come formato da cittadini di serie B, molte donne avevano un notevole peso sia nell’ambito politico che economico. A differenza dell’epoca successiva, la donna di Silla non doveva vivere confinata nella sua casa, ma contribuiva al pagamento delle tasse, perché era considerata come forza lavoro. La donna appartenente ad una classe non aristocratica, supportava attivamente, come elemento essenziale, il marito nel lavoro, sia che si trattasse di agricoltura che di commercio. Come l’uomo, la donna che lavorava doveva pagare le tasse fino all’età di sessant’anni. Quando il consorte era lontano, per vari motivi legati al lavoro o alla guerra,  diveniva il capo effettivo di casa, si occupava di tutto ciò che concerneva il menage familiare, soprattutto il lavoro del marito e l’amministrazione delle risorse finanziarie. L’uomo e la donna, quindi, nel nucleo famigliare, avevano la stessa importanza, il marito non poteva divorziare dalla moglie perché non era stato graziato da un erede.




La donna di Silla con una preparazione culturale notevole, giocava un ruolo fondamentale nella corte. Tre donne, durante questa era, sono passate alla storia, come governanti, ma altre, meno conosciute, hanno avuto un potere altrettanto  considerevole, per quanto riguarda l’influenza politica, esercitato attraverso diverse strade: come consorti di personaggi importanti, concubine, madri di futuri governanti. Delle tre donne che hanno governato la Corea, la prima ad essere ricordata è la regina Sŏndŏk (r. 632-647), venerata come sovrana virtuosa, per la sua incredibile efficienza nel governare e non perché fosse una donna. Dopo la sua morte il trono passò a sua cugina Chindŏk, che poté contare sulla devozione dei generali dell’esercito, alti ufficiali e uomini di corte; Chindŏk si oppose agli invasori e migliorò le infrastrutture del proprio Paese. Il regno dell’ultima regina  Chinsŏng risale a più di due secoli dopo, una monarca che ereditò un Paese in bancarotta, con un popolo disperato che moriva di fame. 



Le donne che, nell’epoca di Silla, esercitavano il loro potere come madri di futuri personaggi importanti, lo potevano fare perché vivevano in un tempo nel quale l’intelligenza femminile era apprezzata profondamente, soprattutto quando c’era di mezzo la figura della madre. La donna non era un fiore delicato ma una roccia, non un gattino, ma una tigre!!








L'epoca Koryo non aveva ancora costruito un recinto attorno alla donna, questo fino a quando  i principi del Confucianesimo non si affermarono in tutta la Corea, imbavagliando la sapienza femminile. Nella fase iniziale dell'era Koryo (Goryeo), la donna godeva di una certa libertà e considerazione sociale, che andarono scemando con il tempo. Secondo il Goryeo Do-Kyung, un insieme di cronache della storia Goryeo, scritto dal Cinese Xu Jing (1091-1153), in quel periodo, uomini e donne interagivano liberamente, senza leggi morali e non, che ne impedissero il contatto. Le donne avevano il diritto di ereditare, alla morte di un capofamiglia il patrimonio era diviso equamente tra figli maschi e figlie femmine, se una donna moriva senza aver dato alla luce dei figli, i suoi averi passavano ai propri fratelli o sorelle. Il fatto che una donna potesse ereditare è indicativo del prestigio di cui godeva nella società il genere femminile.




Le donne sposate dovevano essere rispettabili, la lady single era disprezzata. Quando la donna si sposava non aveva l’obbligo di portare un ingente patrimonio, anche se la dote non era considerata negativamente, ma era più importante un piccolo “corredo” di tutto il necessario, guardaroba compreso, per affrontare la vita quotidiana. La famiglia della sposa sosteneva le spese del matrimonio, perché questo era un onore, la figlia che si sposava non era un peso di cui sbarazzarsi, ma un membro fondamentale nella famiglia d’origine. Gli sposi andavano a vivere a casa dei genitori di lei.  La vedova, secondo i costumi, doveva restare fedele al marito, ma molte, in realtà, si risposavano.  Il Governo concedeva, alle vedove dei soldati morti in battaglia, un sostentamento, una sorta di sussidio o pensione, la cui erogazione cessava nel caso di un nuovo matrimonio.



Nonostante quanto ho scritto, le donne non erano del tutto pari agli uomini nelle due antiche epoche di Silla e  Koryo, ma godevano di una certa considerazione che cessò a causa dell’affermarsi del Confucianesimo, che “predicava” l’ideale della donna remissiva, immagine sostenuta e rafforzata da un testo intitolato “Yŏch’ik”, diffuso in tutto il regno.







Durante la dinastia Choson la donna dovette affrontare la nuova realtà portata dal Neoconfucianesimo, che la relegò a “sottomessa” dal marito e dai suoceri. La maggioranza delle donne era analfabeta perché alle scuole del villaggio e delle contee erano ammessi solo gli uomini.  A differenza di quanto era non permesso, ma tollerato, durante l’epoca Koryo,  le vedove non potevano risposarsi, cosa che , al contrario, poteva fare l’uomo. Una volta sposata, la moglie abbandonava la famiglia di origine, questa nuova realtà le valse l’appellativo di todungnyo (ladra), perché abbandonava la casa natale portandone via la ricchezza, oltre a questo, un altro termine usato era ch’ulga oein, che tradotto vuol dire straniera rispetto alla famiglia d’origine, questo nuovo modo di pensare comportò la progressiva esclusione delle donne dall’eredità paterna. 







La donna non poteva divorziare dal marito, ma questo diritto era riconosciuto all’uomo nei confronti della moglie. Esistevano sette motivi che permettevano al marito di divorziare dalla moglie, riuniti sotto la denominazione di  ch’ilgo˘ jiak:


  • Disobbedienza ai suoceri,
  • Sterilità,
  • Adulterio,
  • Gelosia,
  • Malattia ereditaria,
  • Loquacità (tendenza a parlare molto),
  • Furto,

La donna nella società coreana dell’epoca Joseon perse la sua identità in tutti i sensi, non aveva neanche il diritto ad avere  un nome vero e proprio, i maschi della famiglia venivano registrati con nomi contenenti due caratteri cinesi, mentre la donna aveva un nome semplice costituito da un singolo elemento coreano, nell’albero genealogico non veniva nemmeno registrata. Chi conosceva la donna, la identificava solamente come la moglie o la madre di qualcuno, una persona che aveva perso tutti i diritti:  non poteva ereditare, non si poteva risposare se vedova, non poteva divorziare. 





L’aspetto più assurdo fu il divieto, fatto alle donne, di partecipare alla vita pubblica, nel codice delle leggi ufficiale dell’era Joseon, il Kyo˘ngguk Taejo˘n, era assolutamente proibito, pena 100 frustate!! Mentre nell’epoca  Goryeo la nobildonna andava a cavallo, questo le fu vietato dalla dinastia Joseon. Come ho scritto sopra la donna non doveva avere contatti con l’uomo, l’uso del velo per coprire il volto fu una consuetudine che si affermò quando camminava per strada.







La divisione tra donna e uomo era netta anche nella casa tradizionale coreana:


  • Sarangch’ae: l’ala della casa riservata all’uomo,
  • Anch’ae: l’ala destinata alla donna,

il risultato era che marito e moglie vivevano sotto lo stesso tetto come se fossero separati.


La vita per la donna non era davvero facile, quando restava vedova era un peso talmente grande per la famiglia, non potendosi risposare, che attraverso una sottile pressione psicologica veniva indotta al suicidio. L’aspetto più particolare, riguardo a questo tema, sta nel fatto che per la donna appartenente alla classe povera, se vedova, a differenza di ciò che avveniva nelle classi agiate, non era visto negativamente un nuovo matrimonio. La povertà poteva indurre le famiglie della classe povera a combinare un matrimonio per la vedova, che pesava sulla contabilità, il cosiddetto matrimonio sacco: l’uomo entrava nella casa della vedova e la metteva, con la forza, in un sacco, portandosela via. Nelle classi agiate, ancora peggio, la donna vedova veniva definita come mimangin (un soggetto ancora non morto), una specie di “malata terminale” in attesa della fine.

Le donne sposate dovevano tollerare la presenza in casa delle concubine, motivo che originava molte tragedie registrate dagli annali storici, riguardanti le famiglie coreane. 




La virtù o la morte





Un costume agghiacciante era quello legato al coltello p'aedo, una donna la cui virtù veniva contaminata piuttosto che subire l’onta di portare il marchio della violenza usava il coltello per colpirsi a morte. Solo che , questa arma di suicidio, divenne un’arma di difesa in realtà, usata soprattutto contro gli uomini giapponesi che volevano violentare le donne coreane, e i padroni che attentavano alla virtù delle schiave.


Non credere che nella storia coreana la donna non abbia avuto ruoli importanti, diversi da quelli di regina o principessa, ma te ne parlerò più avanti …






cr: Korean Perceptions of Chastity, Gender Roles, and
     Libido; From Kisaengs to the Twenty First Century

     Katrina Maynes

     Grand Valley State University,
   

    A History of Korea

    From Antiquity to the Present

    Michael J. Seth
   



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