domenica 16 novembre 2014

South Korea: Adozione sopra il cielo






Ogni bambino dovrebbe  poter sorridere e crescere in un ambiente dove regnino la tranquillità e l’armonia, coccolato e curato da due genitori, che gli vogliono bene; queste sono belle parole, ma non sempre il quadro che dipingono è realizzabile, perché nella realtà esistono casi nei quali i bambini vengono abbandonati e non possono stringere la mano di nessuno. Un bambino abbandonato ha la possibilità di poter ricevere un dono prezioso come una famiglia grazie all’adozione, che non è sempre un sentiero facile da percorrere. Esistono due tipi di adozioni, una che avviene all’interno di un dato Paese, una coppia coreana, ad esempio, adotta un bambino connazionale; la seconda, detta internazionale, una coppia di qualsiasi nazionalità, anche di etnia differente, adotta un bambino coreano.







La Convenzione Aja come nave della speranza


L’adozione internazionale sembra un viaggio difficilissimo, del tipo “ Il giro del mondo in 80 giorni”, ma non spaventa chi vuole creare una famiglia speciale. La difficoltà di tutto il “processo “ di adozione deriva dal fatto che ogni Stato, anche in questa “materia”, ha la propria legge, che deve essere rispettata; se si dovessero applicare le normative di tutti i Paesi contemporaneamente, l’adozione si bloccherebbe. Per fortuna esistono degli accordi particolari, a livello internazionale, che si chiamano convezioni, sottoscritti volontariamente da più Stati, attraverso i quali si stabiliscono delle regole comuni da adottare quando ci si trovi a dover affrontare una “questione” di portata sovranazionale. 


La convenzione che disciplina ( regola ) la materia dell’adozione internazionale, si chiama Convenzione Aja del 20 maggio 1993, ratificata dall’Italia con la legge n° 476 del 1998. In sintesi, questo importante atto vuole garantire che l’entrata di un minore, in un Paese diverso da quello di origine, avvenga in maniera legale e non traumatica, l’accordo detta, infatti, come condizione fondamentale, affinché un bambino venga adottato da una coppia, che siano sentite le autorità dello Stato di provenienza, altri soggetti interessati, e il minore stesso: l’adozione deve essere nell’interesse del minore, non contro!


Una coppia per poter adottare un minore, deve, come primo passo, presentare la propria dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i minorenni del luogo di residenza, che si pronuncerà in tal senso, è possibile che si ritenga necessario un ulteriore accertamento da parte dei soggetti autorizzati.



La figura dell’Ente

Il vero protagonista nel processo di adozione non è tanto il tribunale, ma l’Ente ( organizzazione formata da un team di personale altamente specializzato) , che cura tutto l’iter, giuridico, diplomatico, e psicologico, con gli Stati, per consentire l’ingresso del bambino in Italia, nel nostro caso. Esiste un albo apposito di enti autorizzati, che si occupano delle adozioni internazionali, ai quali i genitori adottivi, dopo aver ricevuto il decreto di idoneità, affidano questo arduo compito.


Una voce sulla Corea del sud






Oggi le adozioni internazionali sono possibili, applicando la normativa Aja, anche con la Corea del sud, che ha aderito tardissimo alla convenzione, nel 2013. Le organizzazioni italiane, nei siti che curano, lamentano vari fattori, causati dalla normativa coreana, che ha un peso rilevante nonostante la convenzione, che rendono difficile l’adozione, e molto spesso, sono causa di orfanotrofi colmi di bambini che non vengono adottati. 


I problemi principali:


  • Vengono dati in adozione i bambini al di sotto dei 4 anni,
  • I genitori devono avere come titolo di studio la laurea,
  • In famiglia devono esserci buone condizioni di salute,
  • Il reddito deve essere medio alto,
  • Età massima dei genitori 42 anni ,



Il primo requisito è il peggiore, davvero ingiusto, causato dal fatto che lo Stato sud coreano, sentendosi responsabile “della crescita” dei propri “figli”, preferisce permetterne l’allontanamento solo nell’età più tenera dal territorio natio, come conseguenza si hanno strutture affollate. Altro fattore di discriminazione è il reddito, che pregiudicherebbe ad una famiglia media di poter accogliere, magari meglio rispetto ad una borghese, un bambino coreano in casa. La questione del reddito, accettabile fino ad un certo punto, io stessa ho potuto constatare che sia vera, non per esperienza diretta, ma per aver visto documentari, video generici, letto articoli sui bambini coreani adottati da coppie caucasiche, dai quali ho potuto capire che le famiglie, più che benestanti erano ricche. Gli adottati, infatti, in età adulta, hanno studiato in scuole ed università  prestigiose, viaggiato nei posti che un ragazzo medio sognerebbe, praticato gli sport più costosi, ma siamo sicuri che questa sia la vera felicità?


L’adozione sarà perfezionata da una sentenza che completerà tutto il processo, permettendo ai coniugi di portare a casa il bambino, durante i primi tempi la coppia sarà oggetto di un monitoraggio garantito dalla redazione di alcune relazioni.



Casi di ricongiungimento con la famiglia di origine



Nei siti delle organizzazioni italiane che si occupano di adozioni internazionali non ho trovato esperienze dirette, articoli che abbiano  illustrato casi nei quali un coreano adottato, divenuto adulto, abbia voluto conoscere le proprie origini. I portali delle organizzazioni statunitensi, invece, descrivono senza problemi questi avvenimenti, per scovare qualche esperienza italiana, ho dovuto fare una ricerca più approfondita nel web, per blogger autonomi.




Rachel



Rachel è il nome di una  giovane nativa della Corea del sud, che è stata data in adozione dal padre,  dopo il suicidio della madre, avvenuto successivamente alla sua nascita. Cresciuta da una famiglia caucasica, la donna ha manifestato il desiderio di ritrovare le sue radici, avendo visto un documentario di due ragazze cinesi adottate da una famiglia americana. In seguito a vari appelli fatti sui social media , soprattutto facebook, supportata dal marito bianco, ha ritrovato la sua famiglia. Per il ricongiungimento si è recata in Corea del sud, e nel video ha parlato dell’emozione immensa provata nell’abbracciare la nonna materna e nel poter vedere la foto della madre defunta. Quello che mi ha colpito è stato il fatto che Rachel non ha minimamente manifestato neppure una piccola scintilla di rabbia verso chi la lasciò andare, ringraziando, invece, per essere cresciuta bene, accudita dalla sua famiglia adottiva, dopo l’abbandono, perché di questo si tratta. 



Le due gemelle



Una giovane e bellissima ragazza coreana inizia ad uppare dei video su youtube che servono ad illustrare la sua vicenda di donna asiatica, adottata e cresciuta da una famiglia americana.  Nel primo video illustra le stranezze che deve accettare ogni giorno chi è diverso, rispetto alla massa,  come essere scambiata per la moglie del proprio fratello, sono differenti e sembrano una coppia agli occhi degli altri, o sentire la solita domanda “Sei della Corea del nord?” . Sembra che queste difficoltà siano affrontate dalla star, troppo serena per me, senza toni drammatici.  Come nelle fiabe, i video operano un miracolo, l’Americana viene scoperta dalla gemella che vive in Inghilterra O_O, così, grazie a facebook e skype entrano in contatto e poi si riuniscono. La storia è molto bella, ma a dire la verità in me non ha suscitato nessuna emozione, sembrava tutto troppo stile soap opera.





La piccola Mia 




Dal video delle due gemelle mi sono, per fortuna, direttamente connessa ad una canale dove una coppia di genitori, donna coreana e caucasico, hanno parlato della loro esperienza di adozione della piccola Mia, una bambina coreana. Si tratta di un vero e proprio documentario che ripercorre la tappa dell’incontro e della nuova vita in uno Stato diverso, di una piccola orfana. Mia nell’orfanotrofio, in Corea del sud, ha accolto i genitori con l’hanbok, il vestito tradizionale coreano, ed ha eseguito l’inchino, riservato, nella cultura coreana,  alla famiglia. La bambina sembrava molto serena, anche quando ha raggiunto il Paese dei genitori. Con il tempo, ha imparato a slegarsi dalla lingua coreana, parlando un inglese fluente, assumendo uno stile di vita occidentale, e accogliendo l’arrivo di un altro nano coreano, ossia un fratellino xD.




Le voci dall’Italia


Video od interviste di nativi coreani adottati da italiani su youtube non ne ho trovate, ma in compenso ho letto la struggente storia di una blogger, Lidia, che rispetto all’ipocrisia generale ha scritto quanto per lei fosse stato difficile accettare di essere adottata. Figlia adottiva di padre italiano e madre inglese, ha vissuto inizialmente con rifiuto il suo status, cercando di autoconvincersi che la sua fisionomia fosse solo una diversità biologica all’interno della famiglia, questa difficoltà è stata ampliata da episodi di razzismo attribuibili alla gente ignorante, che vanno da semplici inviti a tornare al suo Paese, al vero e proprio sputo. Lidia viveva su una linea di confine, una volta cresciuta, all’estero salutata come una Coreana, che nulla sapeva del Paese, forse anche odiato, e non accettata come Italiana, perché questo era lei un’Italiana, che amava le sue origini. Con il tempo, e grazie allo studio, ha compreso che questa sua condizione “multiculturale” era una vera e propria ricchezza!


In Italia esiste un’associazione formata dai Coreani adottati da Italiani, la KAIO (Coreani Adottivi Italiani Organizzati), che fornisce informazioni utili sulle esperienze riguardanti l’adozione internazionale e linka articoli interessanti per capirne meglio il fenomeno. Tra i vari articoli c’è un’intervista di una nativa coreana, Francesca, adottata in Italia e che vive a Milano, una esistenza tutta rosa e fiori, ma non è stato questo il post che mi ha colpito …


Cosa accade quando la Corea del sud impedisce a un orfano di contattare la sua famiglia?


Sul blog della KAIO ho cliccato su di un link che mi ha indirizzata ad un sito “groovekorea”, dove ho potuto leggere un articolo di una giovane donna coreana, adottata da Americani, che ha scritto le mille difficoltà e i paletti che vengono posti sulla strada della verità:


Quando un nativo coreano è stato adottato da una famiglia occidentale, e cresciuto vuole recuperare le sue radici, trova immense difficoltà in Corea del sud. Infatti, i dati del bambino adottato non sono accessibili, la motivazione è sempre legata alla cultura che vede figlio nato fuori dal matrimonio con disapprovazione, quindi c’è la necessita di proteggere “l’onore” della madre.


Andrea Kim Cavicchi, quando ha deciso di ritrovare le proprie origini, ha dovuto scontrarsi con la triste realtà della morte della madre, che è spirata all’età di 28 anni, in circostanze poco chiare. Non è stato facile ritrovare la madre per Andrea, proprio perché  si ostinavano a dirle che l’archivio riguardante i suoi dati era riservato, cosa accaduta a molti suoi amici coreani adottati da coppie caucasiche; queste “regole” sono sbagliate, perché impediscono ai Coreani di ritrovare le proprie radici, ma soprattutto alle madri, ormai anziane, di potersi riappacificare con la vita stessa, abbracciando, o almeno vedendo, la creatura alla quale hanno dato la vita. La ricercatrice Kim Cavicchi ha avuto il privilegio di piangere su una tomba e dire addio alla madre, altre persone, invece, cercano ancora affannosamente la propria identità.








Fonti: ____ , _





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